La prima volta che ho fatto una battuta poco ‘politically correct’ i miei nuovi colleghi mi hanno apostrofato: “That’s so European.” “Guys, aren’t we all Europeans?”
Londra è la terza città europea dove mi trovo a vivere. La prima, Milano, casa mia. Poi Parigi, un anno di studio e di lunghe camminate in quella che, non me ne vogliano i romani, è sicuramente la più bella città d’Europa. E ora sono qui a Londra, dove si lavora tanto e bene. E dove le battute più ciniche sono ‘European’, mentre quelle che non fanno ridere sono chiamate ‘British humour’.
Quando mi chiedono ‘So how are you finding London?’, devo ammettere che rispondere non è semplice. Sarà che ho vissuto in Asia per qualche anno, sarà che sono uno di quelli che hanno festeggiato il Nobel per la Pace all’Unione Europea… Ma per quanto mi riguarda “London is great, but it’s not much different to Milan or Paris!”. Qui si potrebbe discutere per ore ed ore: certo, le differenze ci sono e ciascuna città ha evidenti pregi (e difetti) di ogni tipo.
Di Londra adoro il melting pot e la sensazione di essere al centro del mondo; di Parigi l’arte e quel ‘sentirsi francesi’ tipico dei francesi; di Milano il cibo… E via discorrendo.

Ma anche in tempi duri come questi a me sembriamo tutti tanto uguali. Così terribilmente europei, attaccati alle nostre seppure vacillanti certezze; impegnati a prendere in giro i vicini di casa senza ricordare che abbiamo tutti uno o due bisnonni almeno che in quegli stessi paesi hanno vissuto, amato e combattuto. In tempi come questi, tra un’elezione americana ed un bailout dalle nostre parti, mi piace pensare agli Stati Uniti d’Europa, uniti da un’unica bandiera e da un senso di appartenenza più forte delle divisioni (se sono riusciti a convivere fino ad oggi Alaska e California, penso ce la potremmo fare anche noi).
Uniti anche da una sola lingua? Forse no. C’è da dire che, se quando ero bambino mi dicevano “Impara l’inglese che ti servirà!”, oggi conoscere l’inglese ed anche un paio d’altre lingue è una delle conditiones sine qua non (anche se il latino lo eliminerei volentieri dall’istruzione scolastica).

Io l’inglese ho avuto l’immensa fortuna di impararlo viaggiando, e di utilizzarlo innanzitutto per necessità. E’ una lingua bellissima, perché è semplice. Una frase (oggigiorno un e-mail) va subito dritta al punto, senza i ghirigori dell’italiano nei quali oramai non mi ci ritrovo più.

Col francese sono stato molto più pigro, ma Parigi mi ha aiutato a riscoprirlo e ne ho accarezzato i suoni, la ritmicità… Un po’ meno la grammatica, purtroppo. Mi è capitato di inventare neologismi tutti miei, come ‘la station’ invece che ‘la gare’ e un autista del bus che probabilmente sta ridendo ancora adesso. In ufficio ogni tanto tiro fuori qualche espressione in francese ‘just to make a point’ e devo dire che sembra funzionare.

L’italiano è l’arma segreta. Dopo avermi sentito parlare al telefono spesso mi dicono “I love Italian so much!”. Per fortuna non comprendono il linguaggio poco ortodosso delle mie conversazioni telefoniche.
L’inglese per vivere, il francese per stupire, l’italiano per far innamorare. Gli Stati Uniti d’Europa dovrebbero avere tante lingue officiali, una per ogni occasione.
And only one humour, but please, not the British one!

Guest Blogger: Edoardo Briola




